Quando ha cominciato a correre faceva cinquanta metri e si fermava disperato, quasi senza respiro. Guardava in faccia il suo allenatore e scuoteva la testa. Sembrava l’atteggiamento di chi voleva arrendersi, invece era solo il modo per dire che accettava la sfida: correre per gettare un ponte tra disabilità e normalità. Correre perché l’autismo è una maratona, e come tale deve essere affrontata. Senza mollare mai. Paolo Deroma ha 26 anni, oggi è un maratoneta, un atleta che corre e che sente il peso di quella malattia diventare più leggero. A Sharm El Sheikh, nello splendido scenario del Parco nazionale di Ras Mohammed, ha partecipato – primo atleta disabile in gara in classifica normale – alla settima edizione dell’Half Marathon. Unico atleta con handicap in mezzo a centinaia di partecipanti in rappresentanza di 14 paesi (un record), e ce l’ha fatta. E’ arrivato sino alla fine, con la mano stretta del suo allenatore-educatore, Massimo Carta, 42 anni (anche lui con una invalidità importante, ha perso la funzionalità di un braccio in un incidente) che a pochi chilometri dal traguardo, vedendolo in difficoltà gli aveva detto: “Paolo che dici, ci fermiamo? Dai, non fa niente, abbiamo fatto comunque una grande gara”. E il ragazzo – che solo da tre anni ha cominciato a correre, grazie a quell’opportunità straordinaria rappresentata dal Progetto Filippide presieduto da Nicola Pintus, sardo trapiantato a Roma – ha infilato la mano nella tasca, ha tirato fuori la bandiera dei Quattro Mori, l’ha srotolata e ha indicato con la mano in direzione del traguardo. “Avanti, avanti…”. Così per altri due chilometri, in mezzo al deserto, 35 gradi di temperatura – tanto che gli organizzatori l’hanno definita l’edizione più calda – fin sopra quella duna dalla quale si domina il Parco e si vede la porta di Allah. La bandiera della Sardegna è diventata il simbolo di una sfida che ha il sapore dolce di una vittoria, anche se Paolo e Massimo si sono piazzati al 177º posto (su 380 partecipanti, con 62 ritiri), percorrere i 21,097 chilometri in meno di tre ore vuol dire realizzare un sogno. E i Quattro Mori sotto lo striscione sono un pensiero dedicato agli altri ragazzi che sono rimasti a casa, a Porto Torres, e che un giorno – grazie anche all’impresa di Paolo – correranno una maratona così importante.“La tattica della gara l’abbiamo fatta con Ottavio Andreani, nazionale di atletica che per due anni di seguito ha vinto l’Half Marathon ed è il detentore del record – dice ancora Massimo -, ha voluto conoscere Paolo, ha cenato insieme a noi. Ci ha dato tanti consigli utili”. Ma dietro l’impresa c’è il contributo di tanti che l’hanno costruita pezzo per pezzo, come si fa con i mattoncini Lego. “Claudio Pecorari che ha creduto in noi e ci ha fornito tutta l’attrezzatura tecnica da gara, Alberto Masala il medico, tutti gli accompagnatori che lavorano per il Progetto Filippide: Cristian, Giulia, Sara, Giovanni, Proto, Elena, Pietro e Angela”. E poi i ragazzi della squadra, gli amici di Paolo che corrono e, come lui, non saltano mai un allenamento. Fabrizio, Luca, Daniele e Daniele, Andrea, Marco, Mario, Massimiliano, Peppe e Maria, e i genitori “colonna portante del progetto: senza di loro non sarebbe stato possibile fare niente”. La medaglia di Paolo e l’entusiasmo di Massimo. La loro forza serve per rinnovare la sfida: “Speriamo che le istituzioni sostengano il progetto, che ci siano opportunità anche per altri ragazzi. Che il Filippide possa espandersi in tutta la Sardegna”. Massimo guarda le foto e rivive l’esperienza di quella gara durissima: asfalto, poi il fondo duro e sassoso, quindi la sabbia del deserto. Sembra impossibile, eppure ce l’hanno fatta: “Sono contento, vedo Paolo felice. Io spero che serva d’esempio a tanti ragazzi e ai loro genitori: abbiamo aperto una porta, è vero. Posso aggiungere che io, disabile al 100 per cento, non mi sono mai arreso all’idea di non potermi più allacciare le scarpe da solo. Ho pensato: qualcuno mi aiuterà. In fondo posso fare tante altre cose. Mi piace l’idea della squadra. E anche Paolo ci ha creduto, è stato bravo”.
FONTE:
SuperAbile.it
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