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domenica 9 gennaio 2011

La storia di Paolo autistico corre nel deserto e vince la sfida della vita

Quando ha cominciato a correre faceva cinquanta metri e si fermava disperato, quasi senza respiro. Guardava in faccia il suo allenatore e scuoteva la testa. Sembrava l’atteggiamento di chi voleva arrendersi, invece era solo il modo per dire che accettava la sfida: correre per gettare un ponte tra disabilità e normalità. Correre perché l’autismo è una maratona, e come tale deve essere affrontata. Senza mollare mai. Paolo Deroma ha 26 anni, oggi è un maratoneta, un atleta che corre e che sente il peso di quella malattia diventare più leggero. A Sharm El Sheikh, nello splendido scenario del Parco nazionale di Ras Mohammed, ha partecipato – primo atleta disabile in gara in classifica normale – alla settima edizione dell’Half Marathon. Unico atleta con handicap in mezzo a centinaia di partecipanti in rappresentanza di 14 paesi (un record), e ce l’ha fatta. E’ arrivato sino alla fine, con la mano stretta del suo allenatore-educatore, Massimo Carta, 42 anni (anche lui con una invalidità importante, ha perso la funzionalità di un braccio in un incidente) che a pochi chilometri dal traguardo, vedendolo in difficoltà gli aveva detto: “Paolo che dici, ci fermiamo? Dai, non fa niente, abbiamo fatto comunque una grande gara”. E il ragazzo – che solo da tre anni ha cominciato a correre, grazie a quell’opportunità straordinaria rappresentata dal Progetto Filippide presieduto da Nicola Pintus, sardo trapiantato a Roma – ha infilato la mano nella tasca, ha tirato fuori la bandiera dei Quattro Mori, l’ha srotolata e ha indicato con la mano in direzione del traguardo. “Avanti, avanti…”. Così per altri due chilometri, in mezzo al deserto, 35 gradi di temperatura – tanto che gli organizzatori l’hanno definita l’edizione più calda – fin sopra quella duna dalla quale si domina il Parco e si vede la porta di Allah. La bandiera della Sardegna è diventata il simbolo di una sfida che ha il sapore dolce di una vittoria, anche se Paolo e Massimo si sono piazzati al 177º posto (su 380 partecipanti, con 62 ritiri), percorrere i 21,097 chilometri in meno di tre ore vuol dire realizzare un sogno. E i Quattro Mori sotto lo striscione sono un pensiero dedicato agli altri ragazzi che sono rimasti a casa, a Porto Torres, e che un giorno – grazie anche all’impresa di Paolo – correranno una maratona così importante.
“C’è il concetto di squadra in quel gesto di Paolo – racconta Massimo Carta, l’allenatore-educatore che lo segue da dodici anni – e l’ha voluto affermare nel momento di maggiore difficoltà, quando sarebbe stato fin troppo facile, e anche giustificato, dire basta e fermarsi. Invece ha reagito, con quello sguardo coraggioso, forse anche un po’ severo, mi ha quasi ripreso. Come dire: sei tu che ti vuoi fermare, non io, io voglio arrivare sino alla fine”. Applausi e abbracci, la medaglia attorno al collo, trofeo di una gara difficile, una “esperienza estrema” per dimostrare che la diversità non divide ma unisce. Paolo Deroma e Massimo Carta, l’esempio concreto di come è possibile l’integrazione sociale di soggetti disabili attraverso la corsa di fondo. L’allievo e il maestro, a volte un po’ padre e figlio, spesso semplicemente amici impegnati nella realizzazione del programma sperimentale “autismo e sport”. I medici dicono che la corsa in lunga distanza permette la diminuzione di numerosi atteggiamenti iperattivi e stereotipati, “tanto da portare un maggiore controllo di se stessi e una percezione personale del gruppo più reale”. Ecco, è proprio così. A Sharm El Sheikh, Paolo ha trascorso otto giorni in una dimensione totalmente nuova: ambiente, temperatura, paesaggio e persone. Un sogno, che a livello sociale e sportivo, ha consentito di scrivere una pagina importante. «Luca, uno dei ragazzi della squadra del Progetto Filippide – racconta Massimo Carta – ha detto che Paolo è il nostro ariete, che ha aperto una grande porta». E attraverso quella porta ora sperano di passare in tanti.
“La tattica della gara l’abbiamo fatta con Ottavio Andreani, nazionale di atletica che per due anni di seguito ha vinto l’Half Marathon ed è il detentore del record – dice ancora Massimo -, ha voluto conoscere Paolo, ha cenato insieme a noi. Ci ha dato tanti consigli utili”. Ma dietro l’impresa c’è il contributo di tanti che l’hanno costruita pezzo per pezzo, come si fa con i mattoncini Lego. “Claudio Pecorari che ha creduto in noi e ci ha fornito tutta l’attrezzatura tecnica da gara, Alberto Masala il medico, tutti gli accompagnatori che lavorano per il Progetto Filippide: Cristian, Giulia, Sara, Giovanni, Proto, Elena, Pietro e Angela”. E poi i ragazzi della squadra, gli amici di Paolo che corrono e, come lui, non saltano mai un allenamento. Fabrizio, Luca, Daniele e Daniele, Andrea, Marco, Mario, Massimiliano, Peppe e Maria, e i genitori “colonna portante del progetto: senza di loro non sarebbe stato possibile fare niente”. La medaglia di Paolo e l’entusiasmo di Massimo. La loro forza serve per rinnovare la sfida: “Speriamo che le istituzioni sostengano il progetto, che ci siano opportunità anche per altri ragazzi. Che il Filippide possa espandersi in tutta la Sardegna”. Massimo guarda le foto e rivive l’esperienza di quella gara durissima: asfalto, poi il fondo duro e sassoso, quindi la sabbia del deserto. Sembra impossibile, eppure ce l’hanno fatta: “Sono contento, vedo Paolo felice. Io spero che serva d’esempio a tanti ragazzi e ai loro genitori: abbiamo aperto una porta, è vero. Posso aggiungere che io, disabile al 100 per cento, non mi sono mai arreso all’idea di non potermi più allacciare le scarpe da solo. Ho pensato: qualcuno mi aiuterà. In fondo posso fare tante altre cose. Mi piace l’idea della squadra. E anche Paolo ci ha creduto, è stato bravo”.

FONTE:
SuperAbile.it

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